29.
Antonio Bonfini
Antonii Averulini De Architectura ab Antonio Asculano E Materna Lingua in Latinum Conversa...

1488-1489
pergamenaceo; 308 × 492 mm; 173 cc.
Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Cod. Marciano Latino VIII. 2 = 2796

Giovanni Pozzi ha colto per primo nell’Hypnerotomachia Poliphili puntuali citazioni sia testuali che figurative da questo codice marciano: ad esempio, l’idea del discolo labyrintho o la posa della statua della regina Artemisia sul suo sepolcro nel Libro I (Hypnerotomachia Poliphili 1980, II, pp. 127-128 e 189-190). Il prezioso manoscritto è il capostipite della versione latina del Trattato d’architettura di Antonio Averlino, detto il Filarete, realizzata per il re d’Ungheria Mattia Corvino verso il 1488 dal suo umanista di corte, l’ascolano Antonio Bonfini (Bonfini 2000). Il volume giunse a Venezia da Buda nei primi anni novanta del XV secolo e qui rimase, conservato nella biblioteca del convento dei Santi Giovanni e Paolo, fino alle soppressioni napoleoniche (Marcon 1987-1989).

Si tratta di una traduzione molto libera e governata dal preciso intento di valorizzare il corredo iconografico del testo a scapito delle parti scritte: vi sono infatti espunti tutti i brani che, nell’originale in volgare, non trovano corrispondenza nelle figure marginali, con il risultato che queste ultime – rimaste numericamente intatte – diventano più frequenti e la loro distribuzione tra le carte più equilibrata. Una nuova mise en page, con uno specchio di scrittura alquanto ridotto, rende inoltre disponibili bordi più ampi, liberando l’inventiva dell’anonimo illustratore, che spesso aumenta le dimensioni delle primitive immagini a penna, arricchendole poi di dettagli e di colori (sull’identificazione dell’artista, Beltramini 2009). Invertendosi la gerarchia fra testo e immagine, la rappresentazione delle architetture (che costituiscono circa l’80% del totale del corredo figurale, tra vedute prospettiche, planimetrie e dettagli decorativi) vede accresciuto il valore narrativo: le torri, i palazzi, le ville, i ponti, i labirinti e le chiese, ora ambientati in paesaggi d’invenzione, vi compaiono infatti come gli assoluti protagonisti del racconto filaretiano. Al di là dei precisi rimandi a invenzioni o motivi formali, è quindi l’autonomia dell’illustrazione architettonica il lascito più importante del Filarete latino sull’Hypnerotomachia: senza il suo modello risulta insomma più difficile spiegare ad esempio la novità rappresentata dalla xilografia con la sezione prospettica a tutta pagina del Tempio di Venere.

Maria Beltramini