35.
Epistola eloquentissimi oratoris ac poetae Marii Aequicolae in sex linguis

Bologna, [Benedetto Faelli, 1512], 4°, [4] cc.
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, R.I.IV.1734 (int. 7)

Riscoperto da Carlo Dionisotti (1968, pp. 117-121) come uno dei documenti più rappresentativi del dibattito sul miglior uso della lingua latina, il testo contiene allusioni e riferimenti diretti agli indirizzi in pieno fermento della letteratura in volgare, negli stessi anni in cui maturava la stesura dei capolavori di Machiavelli e dell’Ariosto. Al crocevia tra satira e pamphlet umanistico, la lettera, destinata a Giovanni Muzzarelli (1486-1516; rimatore mantovano presente in quel momento a Roma) e contrassegnata dalla falsa attribuzione a Mario Equicola (1470-1525), è dedicata dal probabile autore Ercole di Parione (Pasquino) a Giovan Battista Pio (14601540), longevo umanista bolognese, assertore dello stile apuleiano e sperimentale. Egli è infatti il vero obiettivo di questa autentica pasquinata che sembra affiancarsi al partito stilistico ciceroniano in crescente affermazione. La singolarità del libello risiede nel proporre lo stesso breve saggio epistolare, datato Mantova 21 novembre 1512, redatto successivamente in sei “lingue”, nell’ordine: latino standard, latino apuleiano alla maniera del Pio, latino allo stile dell’Equicola, volgare antiquariale del Polifilo, toscano, volgare allo stile dell’Equicola. Girando, come sottolinea Dionisotti, intorno a un «perno critico unico», lo scritto manifesta dopo oltre un decennio la durata della ricezione dell’Hypnerotomachia e la sua sopravvivenza come modello linguistico ancora presente, sebbene considerato recessivo. Equicola era stato corrispondente di Aldo (15 giugno 1510), sollecitando la stampa della commedia Neera dell’umanista greco Demetrio Mosco, anche da parte della marchesa Isabella D’Este, affezionata lettrice di aldine. Equicola risulta nell’Epistola indicato, a torto o a ragione, tra quegli «alcuni che, scrivendo e parlando a donne, usan sempre parole di Polifilo», come testimonierà Castiglione (Cortegiano, LXX) ricordando a distanza l’epoca in cui Aldo si era già gettato dietro le spalle l’esperienza indubbiamente apuleiana e plurilinguistica dell’Hypnerotomachia per abbracciare l’attitudine di Pietro Bembo e pubblicare, alla base della costituzione del canone linguistico-letterario, l’editio princeps degli Asolani nel 1505.

Alessandro Scarsella