45.
Bottega di Severo e Niccolò Calzetta da Ravenna
Satiro con conchiglia

1510-1530
bronzo con patina bruna, tracce di lacca nera, fusione; 23,2 × 13,5 × 12,5 cm
Roma, Polo Museale del Lazio, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, inv. PV 9236

Il bronzetto raffigura un satiro inginocchiato che tiene con la mano destra una conchiglia verso la quale rivolge lo sguardo. Una corona di foglie d’edera gli cinge la testa e la mano sinistra sembra sospesa sopra un oggetto perduto. Il soggetto è fissato su una base triangolare, probabilmente posteriore, con semplice decorazione incisa.
Era un oggetto da scrittoio, che probabilmente fungeva da fonte luminosa (Warren 2001, pp. 160161, n. 34): alcune versioni presentano infatti un reggicandela (Pope-Hennessy 1965, p. 128, n. 473 e Natur und Antike 1985, pp. 449-453, nn. 148-153), che spiegherebbe anche la torsione del collo della figura, rivolta verso la fiamma. Il nostro esemplare doveva funzionare come una lucerna: la conchiglia, fusa con calco dal vero e, se montata correttamente, appoggiata alla bocca del satiro nell’atto di soffiarvi all’interno, era con ogni probabilità destinata a contenere olio da ardere (solitamente d’oliva) e uno stoppino in fibra naturale da incendiare. D’altra parte, l’oggetto ora perduto su cui il satiro poggiava la mano sinistra era forse proprio un piccolo recipiente concavo (simile a Natur und Antike 1985, p. 453, n. 153), da utilizzare come contenitore per l’olio di riserva da versare nella conchiglia, e quindi necessariamente asportabile per agevolare l’operazione di rabbocco.
I piccoli satiri, così come riproduzioni bronzee di animali quali tartarughe e gasteropodi marini, erano soggetti frequentemente utilizzati come lucerne per gli studioli, come mostrano alcune illustrazioni del trattato De lucernis antiquorum reconditis di Fortunio Liceti, pubblicato a Venezia nel 1621 (ed. Udine 1625, pp. 938, 1170).
Il nostro satiro fu inizialmente ritenuto invenzione del Riccio (Planiscig 1927, p. 329, fig. 380 e p. 483, n. 100) e i dubbi di John Pope-Hennessy (1963, p. 21) sull’appartenenza all’ambito dello scultore trentino furono fugati solo nel 1981, quando comparve sul mercato una versione firmata da Severo (Avery, Radcliffe 1983, pp. 107111). Jeremy Warren ha quindi convincentemente inserito il bronzo ora a Palazzo di Venezia tra le versioni uscite dalla bottega dei Calzetta (Warren 2001, pp. 137-138; esemplare specifico in Cannata 2011, pp. 59-61, n. 58).
Stando a un inventario del 1542, un esemplare simile a questo si ritrovava tra le «cose de bronzo sopra li cornisotti» dello studiolo della marchesa di Mantova Isabella d’Este: «uno satyro in genochione, con una lumacha in mano» (Ferrari 2003, p. 347, n. 7295).

Giulia Zaccariotto