80.
Leon Battista Alberti
Ordine delle lettere

1435 circa
pergamenaceo; 215 × 145 mm
Firenze, Città Metropolitana, Biblioteca Moreniana, Moreni 2

Questa breve nota sul verso del foglio di guardia pergamenaceo di un volume in carta contenente opere morali dell’Alberti fornisce la prima testimonianza dell’intento dell’umanista e architetto fiorentino di comporre un trattatello grammaticale che desse dignità alla lingua volgare fornendola di regole alla stregua della lingua latina. La nota organizza le lettere dell’alfabeto in righe e colonne secondo una gerarchia basata sulla loro forma grafica (costituita da linee rette, curve e oblique), dalla più semplice alle più complesse (dalla lettera “i” costituita da un piccolo tratto verticale a lettere composte da più tratti, a legature come “ch” e “gh” e lettere con cediglie, spiriti o accenti), fino a intere parole e frasi verbali. Nel rappresentare quindi le lettere come elementi “architettonici” necessari alla costruzione della struttura della lingua, la nota, intitolata Ordine delle lettere pella linghua toschana, offre in nuce il fondamento delle regole illustrate poi nel trattato. Scoperta solo nel 1962 e identificata come d’autore per la presenza di rasure e correzioni apportate dalla stessa mano, essa dissipò ogni dubbio riguardo la paternità albertiana della Grammatichetta, la prima grammatica della lingua italiana (Colombo 1962). Composto tra il 1434 e il 1438, questo trattatello è giunto a noi solo in una copia adespota e anepigrafa allestita nel 1508 dall’originale appartenuto a Lorenzo de’ Medici, oggi perduto (C. Grayson, in Alberti 1964, pp. VI-VII; G. Patota, in Alberti 1996, pp. XXIV-XXXIV, 13-14, 55). La copia (Vat. reg. lat. 1370) appartenne forse a Pietro Bembo che, senza conoscerne l’autore, se ne servì nella preparazione delle Prose della volgar lingua del 1525 (S. Taddei, in Pietro Bembo 2013, n. 35).

Nella nota le lettere sono tracciate nella scrittura più informale dell’Alberti, una corsiva con elementi di mercantesca, la scrittura usata da mercanti, artigiani e artisti toscani a partire dal Trecento e diffusasi in tutta Italia nel corso del Quattrocento; si noti il trattamento delle lettere “c” cedigliata, “g”, “h”, “v” e le legature “ch” e “gh”, e la distinzione tra “v” e “u”, usualmente intercambiabili nella scrittura sia latina che volgare del tempo (A. Piccardi, in Leon Battista Alberti 2005, n. 34; Tristano 2005, passim; L. Bertolini, in Pietro Bembo 2013, n. 4.29). Essa è dunque diversa dalla corsiva all’antica impiegata dall’Alberti nel trascrivere o correggere le sue opere e vergare le sue lettere (Leon Battista Alberti 2005, Tavole, I. Autografi albertiani), e molto lontana dall’eleganza delle corsive umanistiche nei manoscritti di lusso della seconda metà del Quattrocento e del corsivo aldino. Tuttavia il dutto posato e regolare della nota è spia dell’importanza assegnata dall’autore alle singole lettere come segni primari che, ordinati in sequenza, creano il tessuto della lingua. In questo modo, Alberti anticipa e preconizza il processo di stampa fondato sull’uso di caratteri preformati, ripetibili e riutilizzabili per costruire le parole e quindi un intero testo.

Laura Nuvoloni