81.
Prodico di Ceo (?)
Hercules in bivio [Ercole Senofontio]

copiato da Felice Feliciano
1463 circa
pergamenaceo; 195 × 125 mm; 34 cc.
Padova, Biblioteca Civica, ms. B.P. 1099

Questo codicetto contiene la redazione latina ad opera di Sassolo da Prato (1416/1417-1449), allievo e biografo di Vittorino da Feltre, di un testo allegorico che narra la scelta di Ercole al bivio tra Vizio e Virtù. L’originale parabola greca, forse composta dal filosofo Prodico di Ceo (470-380 a.C.), fu tramandata da Senofonte nei suoi Memorabilia come un modello di virtù ed eroismo (Mem. 2.1.21-33). Sassolo la tradusse tra il 1442 e il 1444 per Alessandro Gonzaga (1427-1466), figlio minore del marchese di Mantova Gianfrancesco (13951444).

Il testo viene tramandato da sette manoscritti quattrocenteschi. Il codice padovano è il secondo di due manoscritti che discendono direttamente dal codice originale, oggi perduto, copiati dall’“antiquario” Felice Feliciano di Verona, eclettico umanista e copista contemporaneo a Bartolomeo Sanvito (catt. 36, 53, 82, 84 e 88). Avendo già dimostrato il suo interesse per la capitale epigrafica intorno al 1460 nel disegnare le lettere dell’alfabeto secondo precisi canoni classici nel suo Alphabetum romanum (Vat. lat. 6852; Feliciano Veronese 1960; Montecchi 1994a, pp. 65-69; Montecchi 1995, pp. 266-268, figg. 2, 93), antecedente diretto dell’alfabeto di Pacioli del 1509 (cat. 78), Feliciano fece qui la scelta inusuale di copiare tutto il testo dell’Ercole Senofontio in piccole capitali epigrafiche, anticipando la soluzione auspicata da Lascaris trent’anni più tardi per l’edizione di testi greci (zamponi 2006b, pp. 25-26). Nella copia prodotta per uso personale, datata 1463 e priva di decorazione, il testo in inchiostro bruno si staglia contro i margini bianchi come in una sequenza di epigrafi (Vat. reg. lat. 1388; Montecchi 1994a, pp. 76-82 e passim; Montecchi 1995, pp. 273-279 e passim, figg. 4, 46, 97-98). Il presente manoscritto, esemplato sul precedente a breve distanza di tempo, presenta titolo e prefazione, in capitali d’oro su pergamena tinta in porpora o rosa, seguiti dal testo in capitali policrome e circoscritto da cornici a nastri bicolori intrecciati in una reinterpretazione del tutto personale di questo motivo antico (Marcon 2006, passim; zamponi 2006b, passim). La preziosità di scrittura e decorazione qualificano senz’altro questa copia come un codice di dedica o su commissione, forse per o da parte di un membro di casa Gonzaga, come supportato dal motto Duce gratiae scritto in oro tra le foglie di un arbusto (c. 3v) e dalla residenza di Feliciano in Mantova tra il 1460 e 1464 circa (zamponi 2006b, pp. 2324; Deligiannis 2012, pp. 165-167). Le misure dei due codici sono equivalenti e alquanto consuete, ma le cornici nel presente manoscritto creano uno specchio di scrittura alto e stretto, ancora più pronunciato di quello delle edizioni aldine in ottavo. Feliciano predilesse il formato oblungo nella copia di opere poetiche sue o di altri e potrebbe aver preso ispirazione per questa impaginazione da codici di poesia latina prodotti alla fine dell’XI secolo e nel XII secolo. In questo codice, dunque, Feliciano combina e rielabora l’armoniosa perfezione della capitale epigrafica antica, di fatto l’unica scrittura dell’antichità sopravvissuta, con aspetti decorativi e codicologici derivati da fonti del Medioevo latino e greco, confermandosi come uno tra i più eccentrici e inventivi artisti del libro del Rinascimento (zamponi 2006b).

Laura Nuvoloni