82.
Giovanni Giocondo
Collectio inscriptionum Latinarum et Graecarum

copiato da Bartolomeo Sanvito
post 1502
pergamenaceo; 255 × 156 mm; 271 cc.
Londra, The British Library, Stowe MS 1016

Il ritorno all’antico, patrocinato da letterati e artisti, favorì la raccolta di iscrizioni dell’antichità latina sin dall’inizio del XV secolo. Queste scritture, disseminate su pietre tombali, cippi, monumenti e altri edifici spesso abbandonati, costituivano, assieme a monete e graffiti, l’unica diretta attestazione della lingua e della scrittura degli antichi non mediata da manoscritti più tardi. Per gli antiquari più avvertiti, inoltre, esse costituivano fonte primaria e non corrotta di informazioni sulla storia di Roma, i suoi territori e istituzioni. Seguendo l’esempio di illustri predecessori (Poggio Bracciolini, Ciriaco d’Ancona e Giovanni Marcanova), l’antiquario e architetto veronese Giovanni Giocondo (circa 1433-1515), editore delle stampe del De Architectura di Vitruvio del 1511 (cat. 56) e dei Commentarii di Cesare aldini del 1513, iniziò a costituire una silloge personale di iscrizioni già intorno agli anni settanta. Con piena coscienza della loro importanza documentaria e attenzione filologica tutta nuova ai testi, Giocondo ebbe cura di separare le iscrizioni viste e corrette di persona da quelle di cui aveva ricevuto notizia da terzi. La sua silloge sopravvive in tre redazioni composte tra il 1475 e il 1502 circa, testimoniate da diciassette manoscritti rinascimentali, otto dei quali di mano di Bartolomeo Sanvito (de la Mare, Nuvoloni 2009, nn. 51, 92, 96, 104, 110-112, 123; Buonocore 2014, pp. 239-242, 252-253).

Tra questi ultimi, il codice della British Library è un rappresentante importante della terza redazione. In questa come in tutte le altre copie della silloge di sua mano, il copista padovano trascrisse parte dei testi nella sua bella corsiva umanistica e parte in capitali epigrafiche, in oro e colori, inserite in piccoli monumenti e tabelle, spesso ansate e decorate. Così facendo Sanvito seguiva la facies di altre sillogi del tempo, prima fra tutte quella di Giovanni Marcanova (in particolare Modena, Biblioteca Estense, cod. lat. 992 [olim α. L. 5. 15]; Gionta 2007), ma contravveniva alla scelta di Giocondo di concentrarsi sull’accuratezza di testo e lingua delle iscrizioni, evitando il pericolo di riprodurne in modo inaccurato la grafia e l’ornato, come dichiarato esplicitamente in una lettera di dedica a Lorenzo de’ Medici (Koortbojian 2002, pp. 304-306, 312). Non stupisce quindi che Giocondo abbia voluto controllare di persona il dettato delle iscrizioni nel codice approntato da Sanvito per Lorenzo tra il 1488 e il 1489 (Vat. lat. 10228; de la Mare, Nuvoloni 2009, n. 92; Buonocore 2014, pp. 246-248). Tuttavia fu proprio in quest’ultimo codice, testualmente correttissimo, che l’immaginazione decorativa e la scrittura (tutta in capitali epigrafiche) di Sanvito raggiunsero l’apice dell’eleganza e, ironicamente, esso potrebbe aver ispirato le fittizie iscrizioni in capitali epigrafiche iscritte nei monumenti, urne, placche e cippi marmorei immaginari delle xilografie dell’Hypnerotomachia Poliphili (libro I, ff. p6v, p7v, p8v, q2v, q3r, q4v, q6v, r4r; cat. 28).

Laura Nuvoloni