84.
Cicerone
De officiis

copiato da Bartolomeo Sanvito Roma, 14 febbraio 1497
pergamenaceo; 153 × 99 mm; 127 cc.
Windsor, The Provost and Fellows of Eton College, ms. 149

Il De officiis fu una delle opere di Cicerone e della classicità latina più lette e studiate nel corso dei secoli. La sua fortuna conobbe un picco nella società delle corti del Rinascimento, come testimoniato dai molti manoscritti quattrocenteschi sopravvissuti e dal fatto di essere stato il primo testo classico pubblicato a stampa. La prima edizione (Mainz 1465) fu seguita entro la fine del secolo da ben altre settanta, con un picco tra il 1489 e il 1500 (istc). Proprio nello stesso torno di tempo, ma in netto contrasto con le edizioni a stampa solitamente in folio o in quarto, Sanvito, “architetto” del libro sempre attento a cogliere ogni nuova istanza culturale e artistica, copiò il testo ciceroniano in almeno cinque manoscritti in un formato simile a un ottavo stretto. Essi facevano parte di un gruppo di opere di autori latini e di rime di Dante che, dopo il caso isolato di un De officiis copiato per un Gonzaga intorno al 1471, egli produsse con regolarità nel corso degli anni ottanta e novanta in elegantissimi volumetti tascabili vergati nella sua bella corsiva all’antica (de la Mare, Nuvoloni 2009, nn. 53, 82-83, 86, 90, 97-100, 102-103, 105, 108), forse incoraggiato dall’accoglienza positiva riservata dall’orazio e dal Sallustio “da viaggio” da lui approntati per Bernardo Bembo (cat. 36; Cambridge ma, Harvard University, Houghton Library, ms. Richardson 17). Alcuni tra questi non furono apparentemente prodotti su commissione, ma in vista di possibili clienti futuri, non diversamente da quanto facevano gli stampatori. Ad essi egli appose nel colophon le proprie iniziali, quasi a garanzia di qualità. La decorazione dei manoscritti, raffinatamente all’antica, sembra seguire un preciso programma di normalizzazione: frontespizi architettonici a plinti, candelabre e cornicioni; titolazioni e colofoni in capitali epigrafiche in oro e colori; iniziali prismatiche su campiture a ornamentazione classicheggiante e abitate dalla figura dell’autore o della dea Roma sui frontespizi. Ne costituisce un bell’esempio il puttino che gioca con il frammento di una lettera e il candelabro con basamento decorato a delfini nel campo della bella “P” (“P[ublium]”) lumeggiata d’oro all’inizio del terzo libro del De officiis nel codice di Eton (ricordo che il delfino, un motivo comune nella decorazione rinascimentale, sarà identificato con i libri di Aldo dal momento in cui egli cominciò a fare uso della marca tipografica dell’ancora e delfino; cat. 9. Se l’identificazione della mano di Bernardo Bembo in alcuni segni di nota sui margini di questo manoscritto è corretta (de la Mare, Nuvoloni 2009, n. 102), questo Cicerone potrebbe essere uno dei codicetti stretti e tascabili che ispirarono a Manuzio le celebri aldine in formato ottavo oblungo, stampate nel primo corsivo nella storia della stampa, con titolazioni in piccole capitali epigrafiche, su carta o pergamena, totalmente prive di decorazione ma con ampi spazi e margini per permettere l’aggiunta di iniziali e altra decorazione miniata.

Laura Nuvoloni