87.
Euripide
Tragoediae, vol. 2

Venezia, Aldo Manuzio, 1503, 8°
New York, Pierpont Morgan Library, PML 1328

Fermo nel suo proposito di voler portare alla conoscenza di studiosi italiani ed europei testi della classicità greca non ancora a stampa, nel 1503 Aldo pubblicò diciotto delle tragedie del drammaturgo greco Euripide, di cui solo quattro erano state sino ad allora pubblicate (Medea, Hippolytus, Alcestis e Andromaca, Firenze, Lorenzo [Francesco] de Alopa, prima del giugno 1495; istc ie00115000), mentre l’ultima (Hercules furens) non compare nell’indice perché reperita da Aldo solo a stampa quasi ultimata. Essendo opere in versi, esse vennero pubblicate in due volumi nella serie dei libretti in formato tascabile, concepita da Aldo per la pubblicazione di testi poetici di autori classici e moderni destinati alla lettura per diletto dei suoi clienti socialmente e culturalmente più sofisticati (si veda la lettera dedicatoria a Marin Sanudo nell’orazio del 1501; G. orlandi, in Aldo Manuzio editore 1975, I, p. 52, II, p. 233). Il formato ridotto di questi libri, da Aldo denominati enchiridi (“che si tengono in mano”; G. orlandi, in Aldo Manuzio editore 1975), ne consentiva infatti l’agevole trasporto in viaggio e la lettura senza il supporto di un leggio. La revisione del testo a cura del cretese Johannes Gregoropoulos ne avrebbe dovuto assicurare la qualità, anche se in realtà il risultato non fu all’altezza delle aspettative degli studiosi. Il lettore per diletto, d’altra parte, venne invece facilitato nella lettura dall’uniforme semplicità dei caratteri, il quarto e ultimo set di corsivo greco disegnato e intagliato per Aldo da Francesco Griffo e già utilizzato per l’edizione delle tragedie di Sofocle dell’anno precedente (Barker 1992, pp. 59-61). Grazie a questo nuovo carattere, i versi greci si distendono sulla pagina con la stessa chiara bellezza dei versi di Virgilio e orazio, Petrarca e Dante in edizioni precedenti, facendo di questa edizione un altro successo commerciale per Aldo. La bellezza di questa, come di tutte le edizioni in ottavo di Aldo, è dovuta anche al formato stretto, che dona al volume un’apparenza aggraziata e leggera e lo avvicina ai codicetti umanistici del tardo Quattrocento prodotti per nobili committenti, quali Bernardo Bembo, dal famoso copista Bartolomeo Sanvito, ai quali Aldo sostenne di essersi ispirato (cat. 36). Studiosi del libro hanno posto in relazione le armoniose proporzioni delle ottave aldine con le «divine proporzioni» della «sezione aurea» illustrate da Pacioli nel suo trattato del 1509 (cat. 78), e si sono spesso domandati se e quale dei quattro formati delle carte fabbricate al tempo venne utilizzato da Aldo per ottenere l’inusuale formato. Questa copia intonsa (vale a dire mai rifilata dal legatore) del secondo volume dell’Euripide, custodita presso la Pierpont Morgan Library di New York, ha fornito la misura (350 × 420 mm circa) del foglio di carta usato per la stampa di ciascuno dei fascicoli del libro, avvalorando quindi l’ipotesi che per le aldine in ottavo Aldo si fosse fatto approntare una carta dalle dimensioni speciali, più stretta della carta mezzana e quindi denominata dagli studiosi «mezzana stretta» (Needham 1994a, pp. 302-305; Fahy 1996).

Repertori: edit16, cnce 18373; Renouard 1834, pp. 43, n. 10; Scapecchi 2013, p. XXV, n. 70.

Laura Nuvoloni