88.
Bindo Bonichi, Dante e Senuccio del Bene
Canzoni

copiato da Bartolomeo Sanvito
1490 circa
pergamenaceo; 139 × 86 mm; 70 cc.
Milano, Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana, cod. 1053

Questo è l’unico manoscritto di rime dantesche copiato da Sanvito giunto fino a noi. Il codicetto, che contiene canzoni di Dante, Bindo Bonichi e Senuccio del Bene, è stato riconosciuto come di mano di Sanvito da Teresa De Robertis ed è databile ai primi anni novanta del Quattrocento. Esso potrebbe essere identificabile con un “libretto piccolo in charta bona” che si trovava ancora in possesso del copista nel 1508, per poi essere da lui venduto a un certo Luca Bonfio padovano (de la Mare, Nuvoloni 2009, n. 97). Si tratta certamente di un volume dalle dimensioni ridotte: insieme all’orazio di Bembo (cat. 36), esso è uno tra i codici di Sanvito a presentare un rapporto proporzionale tra le dimensioni dell’altezza e della larghezza (sia delle carte che dello specchio di scrittura, che misura 86 × 45-53 mm) simile al rapporto armonico divulgato da Luca Pacioli nel suo trattato De divina proportione del 1509 (cat. 78) ed espresso da un numero irrazionale conosciuto fin dall’antichità (1.61803...), la cosiddetta “sezione aurea”. Come dimostrato da Paul Needham, questo rapporto sottende la costruzione sia dei manoscritti oblunghi e tascabili del calligrafo che delle edizioni in ottavo di Manuzio, avvalorando l’affermazione di Aldo di aver preso ispirazione da alcuni codicetti appartenenti a Bernardo Bembo (Needham 1994a, pp. 302-305; Needham 1994b, pp. 130-135).

Come negli altri manoscritti di testi classici latini e poesia volgare, Sanvito utilizzò la corsiva all’antica che egli aveva contribuito a elevare a scrittura libraria sin dai tardi anni cinquanta del Quattrocento. La sua corsiva non è perfetta (il calligrafo James Wardrop definì Sanvito «a cultivated amateur»: Wardrop 1963, p. 27), ma ariosa e leggera, sempre diversa e danzante, benché controllatissima: la scrittura, insomma, di un calligrafo dall’altissimo senso estetico piuttosto che quella di un mero copista professionale. Non è nemmeno più propriamente corsiva: di quest’ultima essa mantiene l’inclinazione e la forma delle lettere (“a”, “f” e “s” allungate sia sotto che sopra il rigo di scrittura, “s” tonda in fine di parola), ma è quasi priva di legature e quelle presenti (“ct”, “sp”, “st”, oltre a “ho”, “po”, “T” onciale e “o”, mutuate dalla corsiva greca), rispondono più a esigenze estetiche di bellezza e movimento piuttosto che di rapidità di esecuzione (zamponi 2006a, pp. 63-64). Sanvito fece scuola: alla fine del secolo la corsiva all’antica era divenuta scrittura posata e normalizzata e le lettere, suoi elementi primari, costituivano ormai identità separate una dall’altra e pronte quindi a essere riprodotte serialmente per il processo meccanico della stampa a caratteri mobili.

Laura Nuvoloni