Aldo Manuzio. Note biografiche

Aldo Manuzio (1449 - 1515) nacque a Bassiano, un piccolo borgo della campagna laziale nel ducato di Sermoneta. Tra il 1467 e il 1475 compì studi umanistici a Roma, dove frequentò le lezioni di Domizio Calderini, vicino al cardinale Bessarione. Dopo il 1475, si trasferì a Ferrara, dove è segnalato come allievo di Battista Guarini, che ebbe grandissima influenza nella maturazione delle sue idee sull'apprendimento del greco e sulla sua importanza per una formazione umanistica e scientifica.

In questo ambiente Manuzio sviluppò una straordinaria fiducia in un sapere enciclopedico fondato sulla tradizione classica e la fede cristiana. Ne derivò un'intensa passione per ogni aspetto del linguaggio, inteso come mezzo di espressione delle capacità razionali dell'uomo, caratterizzandone profondamente l'opera di letterato ed editore.

Nel 1480, a Carpi, ottenne l'incarico di tutore dei principi Alberto e Lionello Pio, probabilmente su indicazione di Giovanni Pico della Mirandola, zio dei due principi, che doveva averlo conosciuto a Ferrara. Il soggiorno a Carpi si protrasse sino al 1489. Sembra risalire a quei tempi un primo abbozzo della futura grammatica latina, intitolato De diphthongis Graecis et ut Latine fiant libellus.

Tra il 1489 e il 1490, Manuzio si trasferì a Venezia dove, con molta probabilità, proseguì la sua attività di insegnante, come testimonia la pubblicazione della sua grammatica latina Institutiones grammaticae Latinae, stampata l'8 marzo 1493 da Alberto Torresano. Nessun elemento noto consente di ipotizzare che tra le ragioni che spinsero il Manuzio a Venezia vi fosse quella di un impegno nell'editoria, benché la Serenissima fosse allora il maggiore centro editoriale d'Europa. È possibile che l'interesse nei riguardi della stampa sia maturato progressivamente dal proposito di estendere la sua attività educativa e dall'insoddisfazione per la qualità dei testi e dei libri su cui doveva fare affidamento.

Risale al 1494 la nascita della stamperia aldina. La prima opera fu la grammatica greca Erotemata di Costantino Lascaris, stampata tra febbraio e marzo 1495. Nel novembre 1495 seguì il primo tomo delle opere di Aristotele, che sarebbero state completate nel 1498 in cinque volumi in folio. Poi si sarebbe passato ai grammatici, ai poeti, agli oratori, agli storici e a tutti quegli autori che avrebbero potuto contribuire alla ripresa degli studi e delle lettere. In questi anni Manuzio si giovò dei rapporti stretti con il patriziato veneziano colto. Fu molto legato al grande diarista Marino Sanuto, proprietario di una delle più cospicue biblioteche del tempo, ed ebbe tra i suoi principali consiglieri Bernardo e Pietro Bembo. Il greco predominò largamente nella produzione editoriale dei primi cinque anni (1495-1500). Oltre ai cinque volumi di Aristotele, la produzione fu più caratterizzata dai testi filosofici e scientifici che dalla letteratura. Prevalgono grammatiche e dizionari indispensabili per l'apprendimento della lingua, mentre le opere letterarie presenti appaiono per lo più destinate a costituire buoni modelli di espressione in greco. Tale funzione avevano le commedie di Aristofane (1498), curate da Marco Musuro, e le opere di Teocrito ed Esiodo (1496), in grado di proporre un'ampia varietà di forme stilistiche, essenziali per acquisire conoscenza della filosofia, della medicina e della matematica. L'attenzione nei riguardi dei testi scientifici è confermata dagli scritti di Dioscoride e Nicandro (1499).

I programmi di Aldo Manuzio erano però molto più ambiziosi. Nel 1498, delineò un impegnativo piano editoriale che prevedeva tra l'altro le orazioni di Demostene, la retorica di Ermogene, le opere di Plutarco e Senofonte e vari commentari classici ad Aristotele. Nell'ottobre del medesimo anno aveva intanto pubblicato anche il primo dei suoi tre cataloghi editoriali, comprendente allora i soli libri greci, ritenendo gli altri poco qualificanti e di minore importanza. Certamente meno impegnativa in questa fase fu la produzione in lingua latina, parte della quale fu complementare alle edizioni greche. Le altre opere del tempo paiono invece uscire dalla linea editoriale principale, al punto che la stampa può essere stata determinata dalla necessità di soddisfare i soci, preoccupati per le difficoltà commerciali delle opere in greco. Era un'opzione preliminare aperta sul piano della ricerca scientifica che riproponeva di partire dalla filosofia greca.

Nel gennaio 1496 pubblicò il De Aetna di Pietro Bembo, opera minore dal punto di vista letterario che racconta il viaggio del patrizio veneziano in Sicilia, ma memorabile soprattutto per l'eleganza del carattere romano appositamente inciso da Francesco Griffo, che divenne un riferimento per ogni futuro ideatore di caratteri. A esso si ispirarono tutte le principali serie romane successive, da quelle incise da Claude Garamond nel XVI secolo a molti tipi in uso nella tipografia del XX secolo.

Tra 1498 e 1499, Manuzio iniziò a manifestare interesse anche alla stampa ebraica, in sintonia con frequentazioni di dotti come Pico, Bembo, Tommaso Giustiniani e Vincenzo Querini, che avevano familiarità con la lingua. Al termine delle grammatiche latina e greca pubblicate nel 1501 Manuzio aggiunse una Introductio perbrevis ad Hebraicam linguam, che costituì il primo episodio veneziano di impiego di caratteri ebraici.

In questa prima fase uscirono solo due opere in lingua volgare. La prima fu la celeberrima e misteriosa Hypnerotomachia Poliphili del 1499, sulla cui attribuzione al domenicano Francesco Colonna si continua a dibattere. È considerata uno dei capolavori tipografici di tutti i tempi. Particolari erano il volgare dell'opera, rivestito di un'aura di classicità latineggiante e, soprattutto, la veste editoriale, che combinava in modo sorprendente per tutte le 234 carte in folio testo e immagini. Le illustrazioni erano ricavate da 172 incisioni su legno realizzate da un artista rimasto ignoto, che studi recenti spingono a collocare negli ambienti del miniaturista padovano Benedetto Bordon. L'esperienza grafica maturata servì l'anno successivo nell'edizione delle Epistole di santa Caterina da Siena, in cui la parte illustrativa ha altrettanta importanza e nella quale per la prima volta Manuzio sperimentò, sia pure per le sole parole "Jesu dolce Jesu amore", il carattere corsivo.

Gli anni 1501-03 registrarono un deciso mutamento nei programmi, determinato probabilmente dai condizionamenti dei soci e da una grave crisi delle attività editoriali veneziane, messe a dura prova dalle guerre e dalle incertezze economiche. Si verificò un consistente calo della produzione in greco, addirittura interrotta per due anni dopo il 1499, a favore delle edizioni latine. Furono anche anni di rilevanti innovazioni. Il 23 marzo 1501 Manuzio chiese al Collegio dei savi un privilegio decennale che tutelasse un nuovo carattere latino di cui aveva disposto l'incisione per avviare la stampa dei classici latini.

Il nuovo carattere latino corsivo si ispirava alle forme manoscritte in uso nelle cancellerie italiane del secondo Quattrocento e si proponeva di assicurare alle stampe l'eleganza e la bellezza del manoscritto umanistico. In combinazione con il nuovo formato in 8°, finì con qualificare l'attività del Manuzio. Egli mise in commercio nuove edizioni portatili (definite nel catalogo del 1503 "libelli portatiles in formam enchiridii") volte non tanto ad abbassare i prezzi e a diffondere il libro popolare, quanto a favorire un uso diverso del libro, meno legato allo spazio dello studio, in direzione piuttosto di un ampliamento del pubblico, non necessariamente costituito da letterati di professione, favorendo così nuove pratiche di lettura. Merito di Manuzio non fu peraltro quello di avere utilizzato per primo il formato in 8°, già in uso da tempo per la stampa di testi religiosi e devozionali, quanto di averlo destinato alla produzione dei classici. Anche l'eliminazione dei commenti serviva a non distogliere i lettori dalla concentrazione sul testo, evitando condizionamenti pedanti.

Manuzio era del resto pienamente consapevole della rivoluzione che stava suscitando. Scrivendo a Sanuto per dedicargli nel 1501 Orazio, gli faceva notare che un libro portatile consentiva la lettura nei momenti liberi dalle occupazioni politiche o di studio, mentre al condottiero Bartolomeo d'Alviano suggeriva di tenere con sé i libri di piccolo formato nelle campagne militari. Il primo esempio fu il Virgilio uscito nell'aprile 1501, seguito da molti altri: Persio e Giovenale, Marziale, Cicerone, Lucano, Ovidio, Catullo, Tibullo e Properzio. Il successo fu assicurato e le tirature furono subito molto alte. Il volumetto del 1502 che conteneva Catullo, Tibullo e Properzio superò le tremila copie. Nello stesso formato e con lo stesso carattere corsivo uscirono negli stessi anni le Cose volgari di Francesco Petrarca (1501) e le Terze rime di Dante Alighieri (1502).

Nelle edizioni in caratteri latini non meno rilevanti furono le innovazioni nella punteggiatura, derivate in parte dalla scrittura greca, che determinarono un'autentica rivoluzione tipografica. Con il De Aetna, Manuzio contribuì all'affermazione della virgola uncinata, destinando al tempo stesso una cura particolare all'accentazione. Con Petrarca nel luglio 1501 e il Dante del 1502 spostò tali segni in edizioni di opere volgari, e introdusse, mutuati dal greco, l'uso dell'apostrofo, degli accenti e del punto e virgola, accogliendo indicazioni e suggerimenti che gli provenivano da Bembo.

Nel greco Manuzio si indirizzò verso la letteratura. Nel 1502 uscirono le tragedie di Sofocle in 8°, insieme, tra altro, con Tucidide ed Erodoto, e nel 1503 le opere di Luciano, le tragedie di Euripide in piccolo formato, oltre ai commentatori Ammonio e Ulpiano.

Nel giugno 1502, nel secondo volume dei Poetae Christiani veteres, comparve la marca tipografica dell'ancora e del delfino, una prima versione della quale era già apparsa all'interno di un'illustrazione del Polifilo. La marca illustrava il motto "Festina lente" (affrettati con lentezza), citato per la prima volta nel luglio 1498 in greco nella dedica delle opere di Poliziano a Sanuto, il quale glielo avrebbe suggerito, ricavandolo da un proverbio greco.

In quegli anni ebbe anche qualche forma di concretizzazione l'idea di accademia di studi greci, che parrebbe attiva a Venezia nel 1502.

Tra 1504 e 1505 la stamperia non riuscì a mantenere i ritmi degli anni precedenti. È questo un periodo caratterizzato da gravi incertezze. È probabile che vi siano stati dissapori all'interno della società editoriale, preoccupata per i costi delle edizioni greche a cui non corrispondeva un rapido riscontro commerciale. Tuttavia, i rapporti con Torresano si strinsero ulteriormente. Agli inizi del 1505 Manuzio sposò Maria, figlia appena ventenne di Andrea. Dal matrimonio nacquero cinque figli. Sul finire di quell'anno Manuzio lasciò l'originaria abitazione a S. Agostin per trasferirsi presso la famiglia Torresano a S. Paternian. Nel 1506 tuttavia l'attività tipografica si interruppe. Il 27 marzo il Manuzio testò a favore del suocero e i due soci sottoscrissero un atto con cui univano le rispettive proprietà, ripartite per i 4/5 ad Andrea e per la quota rimanente a Manuzio, il quale poco dopo partì per un viaggio in Lombardia alla ricerca di manoscritti da pubblicare. Manuzio dovette ritornare a Venezia verso la fine del 1506; l'anno successivo, rimise in moto la stamperia. Il 28 ottobre 1507 gli scrisse Erasmo da Rotterdam per proporgli le sue traduzioni latine dell'Ecuba e dell'Ifigenia in Aulide di Euripide.

Erasmo gli confidava che una sua edizione del Manuzio gli avrebbe reso fama immortale soprattutto se stampata con i caratteri corsivi, che riteneva i più eleganti possibili, e si offriva di contribuire con l'acquisto di 200 copie. L'iniziativa di Erasmo documenta il consolidamento della fama del Manuzio in Europa. Era inoltre quanto gli occorreva per riprendere la stampa, tranquillizzando i soci con iniziative di sicuro riscontro commerciale. A fine anno l'edizione era pronta e dovette risultare di piena soddisfazione per Erasmo, che poco dopo si presentò di persona a Venezia per occuparsi personalmente della nuova edizione dei suoi Adagia, completata nel settembre 1508.

Tra 1508 e prima metà del 1509, sulla spinta delle edizioni di Erasmo, la stamperia riprese vita. Videro allora la luce in greco i retori e gli Opuscula di Plutarco e, in latino, in 8°, gli Opera di Orazio, di Sallustio e le Epistolae di Plinio il Giovane.

Ma nella primavera del 1509, le operazioni militari intraprese dalla Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia causarono una nuova sospensione delle attività. Dopo la sconfitta di Agnadello (14 maggio), nella seconda metà del mese, Manuzio lasciò Venezia per Ferrara. Contemporaneamente una serie di atti regolarono formalmente i rapporti con Torresano. Tali mosse celano in realtà un accordo tra i soci che avrebbe consentito loro di salvare comunque la stamperia, qualunque fosse stato l'esito della guerra.

Nel 1509 Manuzio si stabilì a Ferrara, pur non rinunciando a muoversi. Nel 1511 sono segnalati soggiorni a Bologna e a Siena, dove avrebbe incontrato ancora una volta Erasmo. Nel giugno del 1512, tranquillizzato sulla situazione politica, tornò a Venezia e riattivò la stamperia, con una serie di edizioni greche di grandissimo prestigio e con la continuazione della collana in 8° di classici latini.

Ormai ultrasessantenne, Manuzio pare avvertire ancor più che in passato le fatiche del quotidiano impegno in stamperia. Dalla dedica ad Andrea Navagero della Rhetorica ad Herennium, traspare tutto il suo disagio per un lavoro che lo costringeva a rispondere a lettere provenienti da tutto il mondo, a ricevere visitatori curiosi di sapere cosa fosse in procinto di pubblicare e ad ascoltare importuni desiderosi di pubblicare con i suoi torchi. Nel gennaio 1515 diede alle stampe la sua ultima edizione, il De rerum natura di Lucrezio in 8°.

Il 16 gennaio 1515, Aldo Manuzio dettò a Venezia l'ultimo testamento. Il 6 febbraio morì.

 

* Notizie tratte dal Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, a cura di Mario Infelise.