54.
Moderno (Galeazzo Mondella?)
Sacra Conversazione

1510 circa
argento e dorature, fusione; 13,9 × 10,2 cm
Vienna, Kunsthistorisches Museum, Kunstkammer, inv. KK 1107

 La placchetta, che fa coppia con un’analoga raffigurante la Flagellazione, costituisce il capolavoro del misterioso artefice che usava firmare le proprie opere con lo pseudonimo di Moderno, da buona parte della storiografia artistica identificato con l’orafo veronese Galeazzo Mondella (Lewis 1989; per un punto di vista diverso cfr. Gasparotto 2008). La Sacra Conversazione, una vera e propria pala d’altare in miniatura, è un coltissimo intarsio di citazioni dall’antico: le squisite grottesche sul fondo tradiscono la conoscenza dei motivi dipinti sulle pareti della Domus Aurea, il San Giorgio, vestito con un’elegantissima lorica, si presenta come un imperatore romano, mentre il San Sebastiano appare ripreso da una statua di Mercurio che si trovava al principio del Cinquecento nel cortile romano di Casa Sassi (D. Gasparotto, in Bonacolsi detto l’Antico 2008, pp. 278-279, nn. VII.4-VIII.5). Anche la figura della Vergine sembrerebbe ispirarsi a sculture antiche di divinità sedute (Natur und Antike 1985, p. 89, fig. 46), seppur entro una caratterizzazione espressiva – specie nella posa del Bambino intento a scherzare con il piccolo San Giovannino ai suoi piedi – che richiama modi leonardeschi. I due putti che assistono al combattimento di galli in basso costituiscono invece un motivo ripreso da gemme classiche. Le due placchette furono impiegate nella seconda metà del Cinquecento come decorazione di un elaborato “studiolo” – un mobile destinato a contenere la collezione di gemme, cammei e monete – che Giovanni Grimani donò nel 1593 alla Repubblica di Venezia e oggi perduto (Gallo 1950; Massinelli 1990). Recuperando questa preziosa informazione, Douglas Lewis (1989) ha proposto che il committente originario dei due rilievi argentei possa essere stato il cardinale Domenico Grimani, intellettuale, intenditore d’arte e collezionista: il prelato potrebbe essere identificato con il personaggio di profilo in secondo piano sopra cui la Vergine stende la mano. Anni fa ho provato a corroborare questa identificazione confrontando l’effigie di profilo sulla placchetta con la medaglia del cardinale eseguita da Vettor Camelio (cat. 55). Un committente così colto e raffinato aiuta anche a spiegare la complessità del programma iconografico dei due rilievi, incentrato sui concetti dell’Incarnazione e della Passione di Cristo, all’interno di un sottile parallelo tra mondo pagano e mondo cristiano, suggerito in primo luogo dal rilievo con il sacrificio all’antica che orna il piedistallo dove siede la Madonna con il Bambino (Saxl 1938-1939; D. Blume, in Natur und Antike 1985, pp. 365-367, nn. 64-65). Anche i due santi che la affiancano sono carichi di allusioni classiche: il San Giorgio regge nella sinistra dei frutti, verosimilmente delle melagrane (allusive al sangue e dunque alla Passione), che lo fanno anche assomigliare a un Ercole vittorioso con i pomi delle Esperidi; il San Sebastiano nudo porta sul capo una corona di vite come un Bacco, evidente allusione al vino e dunque ancora una volta al sacrificio eucaristico.

Davide Gasparotto